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Robbie Williams "Reality Killed The Video Star" [recensione]
Siamo seri, vogliamo parlarne? Ok, il Re del Pop è morto. Adesso c’è Justin Timberlake ad avere questo peso sulle spalle. Ma parliamo sempre di Pop americano. E il britpop? Non quello degli Oasis (che si sò sciolti pure loro), ma semplicemente il pop inglese. Riesce a sopravvivere all’invasione delle varie Leone Lewis e Alexandre Burke, pur valide ma comunque un po’ sottotono? È qui che viene il nostro supereroe: Roberto Guglielmi, praticamente Robbie Williams (e poi dicono che le cose non sono più fighe se tradotte in inglese). Il paladino della scrittura sfacciatamente pop inglese, con alle spalle successi clamorosi e album storici come “Escapology” sua punta di diamante, che a tre anni dal precedente “Intensive Care” pubblica un nuovo album di inediti, e che album.
“Reality Killed The Video Star” sembra essere appunto quell’anatema che
ha colpito il pop negli ultimi anni. La scelta del titolo che cita i
Buggles di “Video Killed The Radio Star” non è un caso: il produttore di
questo, diciamolo, meraviglioso album è Trevor Horn, metà della band,
ora produttore eccelso di mezza storia della musica.
Robbie è arrivato con un disco “alla Robbie Williams”, di un pop perfetto, misurato tra ballate emozionanti e stupidaggini ancestrali che vogliono soltanto far ballare. Ovviamente l’influenza del nuovo produttore di Robbie si sente e tanto, e grazie al cielo...brani disco come “Last Days Of Disco”, “Do You Mind?” (stupida e divertentissima) o la “Difficult For Weirdos” si mischiano alla perfezione con gli arrangiamenti elaborati di brani come “Superblind”, il singolo “Bodies” oppure “Deceptacon”. Troviamo un piccolo interludio strumentale come “Somewhere”, piccola gemma a spezzare il ritmo dell’album. Mentre un Robbie più divertito si mostra vestito da coniglio nel video di “You Know Me” (e anche nella canzone stessa), il Robbie emozionante e serio di “Escapology” si intravede in “Won’t Do That”, dove troviamo addirittura echi beatlesiani.
Questo è pop inglese fino al midollo, così come inglese nell’anima lo è Robbie, così inglese che spesso la sua pronuncia bislacca e terribilmente british rende un servizio irripetibile alle liriche, così come accade nel brano meglio riuscito dell’album, la perfetta “Blasphemy”, capolavoro voce e piano che rappresenta una delle vette più alte della intera discografia di Robbie, al punto da portare all’ascolto continuo e ripetuto quasi allo sfinimento (e il mio Coversutra ne sa qualcosa, a Questo album è una piccola lezione di scrittura musicale popolare, capace di arrivare a tutti ma con una qualità superiore alla media, con orchestrazioni e arrangiamenti curati e testi che (se compresi) non sono mai banali, sempre ironici e taglienti e che spesso colpiscono già al primo ascolto. Un disco che per ora è un bel disco, ma che ancora non ha rilasciato tutto il suo potenziale, soltanto al terzo singolo...tra qualche anno, questo sarà ricordato come un simbolo di “come vanno scritte le canzoni nel 2010”. Quando l’ho sentito la prima volta, ero arrabbiato col mondo, avevo litigato con la mia ragazza e era andata male a scuola. Non ho dimenticato i problemi, ma almeno stavo bene, trascinato dagli archi, dai synth...e tanto bene. Come il britpop, che sta bene, è vivo e Robbie ne è il re. [scritto da Mm]
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Informazioni su Marco Mm Mennillo
Marco Mm Mennillo, nato il 20.09.92. Aspirante musicista diviso tra progetti solisti, produzioni e una band in nascita, Blogger, quasigiornalista per iPodmania, speaker per RadioPodcast con "Alta Fedeltà", segretario di produzione di LibereVociFestival e un sacco di altre cose. Scrive per se stesso e (anche) per inArteMorgan. In attesa di trasferimento a Londra per comprare dischi a prezzi decenti e frequentare l'università. Scrive canzoni brutte, suona 4 strumenti e fa tantissime cose, male, ma buttandoci dentro il cuore. Mac user e iPoddista convinto, ai limiti della fissazione. Canzoni preferite: "Bohemian Rhapsody" dei Queen e "Il Bimbo Dentro" di Tiziano Ferro.




















